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Comunicato del 11 Luglio 2008.
Inserito il 11 luglio 2008 alle 09:13:00 da master.IT - comunicati

ELUANA: SI REPLICA IN ITALIA IL DRAMMA DI TERRY SCHIAVO

Offerto, senza riserve, il debito tributo di pietas alla dolorosa vicenda personale e familiare di Eluana, è altrettanto doveroso, per chi non voglia rinunciare al sano esercizio della ragione, prendere nettamente le distanze dall’onda emotiva che l’ha seguita e cercare di vagliare, obbiettivamente, la rispondenza o meno della “soluzione” del caso adottata dalla Corte di Appello di Milano, con il decreto del 25.07.08 di autorizzazione alla sospensione del sostegno vitale (alimentazione e idratazione a mezzo di sondino naso-gastrico), ad un criterio di eticità e giuridicità coerente con i principi generali che regolano e reggono il nostro ordinamento.
Non si può dimenticare, in primo luogo che, nel nostro sistema (a differenza che in quello anglosassone), il giudice deve limitarsi ad applicare la legge e non può creare nuove regole di diritto (funzione riservata al solo legislatore).
Inoltre, pur con la consapevolezza della particolarità del suo caso (sono 16 anni che la povera Eluana vive in quella condizione di incoscienza chiamata “Stato Vegetativo” nel quale i pazienti hanno probabilità, non certezze prognostiche) non c’è nessuno che possa escludere con assoluta certezza l’eventualità di un risveglio della ragazza, né che si possano in futuro scoprire nuove tecniche per ottenere ciò.
Questo dato scientifico incontestabile dovrebbe da solo indurre l’applicazione al caso di un principio di civiltà giuridica da tutti condiviso: il principio di “precauzione”. Se vi è anche una remota possibilità che Eluana esca dal coma, la comunità ha il dovere di tutelare giuridicamente quella vita.
La valenza di tale principio si arresta solo di fronte a certi interventi, che i progressi della medicina moderna ha reso possibili, quando essi siano ritenuti, secondo la miglior scienza e conoscenza attuali, sproporzionati e inutilmente invasivi a fronte di un processo naturale ormai avanzato che prelude all’imminente e altrimenti inevitabile morte (il cd. “accanimento terapeutico).
Come già ampiamente evidenziato a proposito del famoso e del tutto analogo caso di Terry Schiavo – lasciata morire di fame e sete in base ad una decisione della Corte Federale della Florida su istanza del marito (ma contro il volere dei genitori) al quale ella avrebbe riferito, quando era sana, che avrebbe preferito morire se si fosse trovata, un giorno, in quelle condizioni - la somministrazione di alimenti e l’idratazione attraverso sondino naso-gastrico non può mai essere considerata come “accanimento terapeutico” (cfr. Documento del Comitato Nazionale di Bioetica, approvato in seduta plenaria del 30.09.2005, secondo cui “nutrizione e idratazione vanno considerati atti dovuti eticamente, oltre che deontologicamente e giuridicamente, in quanto indispensabili per garantire le condizioni fisiologiche di base per vivere, garantendo la sopravvivenza, togliendo i sintomi di fame e sete, riducendo i rischi di infezioni dovute a deficit nutrizionale e ad immobilità”).
Pertanto, anche per Eluana non si è dinanzi ad un caso di “accanimento terapeutico”, (per la quale vige il dovere deontologico del medico di astenersi dal prestare cure del tutto inutili; v. art. 14 Codice di deontologia medica approvato il 19.12.2006).
Ciò significa che la sospensione del trattamento vitale ad un soggetto, in qualsiasi condizione egli versi (che il soggetto sia cosciente o incosciente è del tutto irrilevante per il diritto) equivale a procurargli la morte per omissione di una condotta giuridicamente dovuta (in assenza, cioè, di situazioni scriminanti o di non punibilità del suo autore, quali, per es., la legittima difesa, lo stato di necessità, il caso fortuito o la forza maggiore).
Ma Eluana – argomenta la Corte di Appello di Milano – aveva riferito ad altri che non avrebbe mai accettato di vivere in simili condizioni e quindi tale personalissima manifestazione di volontà dovrebbe farsi prevalere oggi.
Pur dubitando fortemente che da un’ affermazione di tal genere possa ricavarsi la giuridica certezza di un’ effettiva ed attuale volontà di Eluana di darsi la morte, c’è da chiedersi se mai un aspirante suicida, cosciente e deciso a realizzare il suo progetto nonostante qualcuno dei suoi cari cerchi di dissuaderlo in tutti i modi, potrebbe ottenere da un giudice italiano (essendo previsti nel codice penale i reati di istigazione al suicidio e di omicidio del consenziente; artt. 579 e 580) un provvedimento che “autorizzi” un terzo a “dare attuazione” alla sua volontà suicida. Il buon senso, oltre che la legge, imporrebbe una netta risposta negativa (ma la Corte di Appello di Milano, evidentemente, la pensa in modo opposto).
Se le cose stanno così, il decreto che autorizza la sospensione dell’alimentazione e idratazione ad Eluana (a cui sopraggiungerà la morte solo dopo una lentissima e dolorosa agonia) è palesemente in contrasto con la normativa vigente perché consente, in un ordinamento che persegue l’omicidio e che non può a ciò derogare attraverso la via giudiziaria, la soppressione di un essere umano vivente ad ogni effetto, secondo la scienza e, quindi, secondo il diritto.
Lo Stato italiano, che ha abolito la pena di morte dal suo ordinamento, con il provvedimento della Corte di Appello di Milano di fatto la reintroduce ai danni di Eluana Englaro o si fa correo di un grave reato.

Scienza & Vita di Pisa e Livorno

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